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presenza dei valdesi a pinerolo da metā  ottocento ad oggi


 VALDESI E SOCIETA’ PINEROLESE 

TRA OTTOCENTO E NOVECENTO -  PRIMA PARTE

(di Gianni LONG - diritti riservati)

 

Nella Nota finale del libro Chiesa evangelica valdese di Pinerolo 1886-1986 scrivevo queste frasi: Per le fonti che sono state utilizzate, questa è una storia della comunità valdese vista dall’interno. Sono appena sfiorati temi importantissimi, come quelli dei rapporti ecumenici e del rapporto con l’autorità politica-amministrativa (…)Sono due storie ancora da scrivere. Chi sperasse di trovarle in questo lavoro uscito per il centenario, resterebbe deluso. Qui si è inteso soltanto fornire ad una comunità qualche squarcio della propria memoria. 

Avvicinandosi un altro anniversario, i 150 anni dall’inaugurazione del tempio di Pinerolo, mi è stato chiesto di tornare ad occuparmi della storia della comunità. Si tratta questa volta di un volume collettivo che intende coprire la storia dei valdesi a Pinerolo in tutte le epoche e del loro rapporto con gli “altri”, chiesa maggioritaria e potere locale compresi. 

Mi è parso dunque opportuno, in uno scritto forzatamente molto più breve di quello del 1986, provare a delineare proprio questo duplice rapporto, nel periodo che intercorre dall’Emancipazione ai nostri giorni. Per quanto riguarda l’ecumenismo e la chiesa cattolica pinerolese, questo lavoro si presenta tra l’altro più agevole di quanto non fosse circa un quarto di secolo fa: allora non esistevano praticamente scritti sull’ecumenismo a Pinerolo, mentre oggi esiste tutta una bibliografia di fonte cattolica, uscita soprattutto in occasione dell’emeritazione e della morte del vescovo Giachetti. Non altrettanto si può dire per i rapporti con la società civile, salvo per un aspetto fondamentale, in passato sempre trascurato. Si tratta della massoneria, sulla quale diversi scritti di Augusto Comba hanno fatto recentemente luce, sottolineando in particolare i rapporti con il mondo valdese.

Per tutto il resto, cioè per la vita interna della chiesa di Pinerolo, rinvio al mio libro precedente e a quello di Augusto Armand Hugon del 1961. 

 

La costruzione del tempio 

 

Prima del 1848, ci fu un periodo in cui un buon numero di valdesi si trovarono a vivere (legittimamente) a Pinerolo. Nell’epoca napoleonica, vi ricoprirono importanti cariche amministrative (il sottoprefetto Geymet) e della vita cittadina. Su quegli anni faccio riferimento al saggio di Morbo che precede in questo volume. Ciò che interessa qui osservare è che non si hanno tracce di progetti per costruire un tempio a Pinerolo in epoca napoleonica. Fu innalzato quello di San Giovanni, che comportò nei decenni successivi le note polemiche, con ordini di demolizione e “mascheramenti”. Ma a Pinerolo si comincia a parlare di un tempio valdese solo dopo l’emancipazione del 17 febbraio 1848.

Subito dopo quel provvedimento, che – lo ricordiamo – comportava la possibilità per i valdesi di abitare e possedere immobili fuori dei limiti delle Valli – iniziarono delle riunioni di culto in case private. E’ rimasta documentazione di culti del 1849 nella casa della famiglia Monnet a S. Elena; e già nel sinodo del 1851 si parla di una scuola a Pinerolo, sempre in una casa privata, con il maestro Malan. Dopo qualche anno si iniziò a progettare un edificio di culto. La prima pietra fu solennemente posata nel 1855 e l’inaugurazione avvenne nel 1860.

Era un edificio “strano”, poco simile ad un tempio tradizionale. Squadrato e multicolore, come è stato ripristinato nei recenti restauri, aveva quattro torricelle angolari, che lo facevano assomigliare a un comò rovesciato (commode renversée, secondo la celebre definizione attribuita alla madre del pastore Appia, o qui a plus l’air d’une grange que d’une église, secondo il pastore di Prarostino Durand Canton). In più, il locale di culto si trovava insolitamente al primo piano, mentre al livello stradale c’era la scuola. La tradizione vuole che questa anomala sistemazione sia stata imposta ai valdesi dall’autorità pubblica, sobillata dai cattolici pinerolesi. La ritroviamo esposta in questa affermazione di Marcella Gay. 

“Centocinquant’anni fa il vescovo di allora protestò a lungo perché a Pinerolo non si costruisse un tempio valdese e, battuto su questo punto dai funzionari sabaudi, ottenne però il contentino che l’edificio non dovesse avere l’aspetto di una chiesa (e così nacque il famoso “comò rovesciato”, come lo battezzarono subito i nostri vecchi) e che la sala di culto fosse al primo piano, con una scala stretta e ripidissima, su cui mia nonna si arrampicava con fatica. E la cosa durò fino al 1927!”[1] 

Nella mostra organizzata nel 1986 in occasione del centenario della costituzione in “parrocchia” della comunità pinerolese, erano esposti due progetti: quello approvato dal comune di Pinerolo e quello poi approvato dalle autorità statali a Torino. Era evidente a tutti che si trattava di cose ben diverse. Il primo era un edificio tradizionale, con una facciata a due campanili di stile vagamente moresco: un tempio sostanzialmente simile a quelli di Torre Pellice e di Torino, eretti negli stessi anni. Il secondo è il progetto che poi è stato realizzato, il famoso comò, rallegrato da una policromia che si era persa e che è stata ripristinata in occasione del restauro del 2000.

Nel 1988 fu pubblicato il libro di Renzo Bounous e Massimo Lecchi sui templi delle Valli Valdesi[2]. I due autori pubblicano vari schizzi inediti, da cui risulta che il progetto originale dell’architetto inglese Bonomi non corrisponde a nessuno dei due prima noti. Ma certo si può dire che neppure esso assomiglia ad una chiesa tradizionale. E’ un “edificio pubblico civile”, come scrisse lo stesso Bonomi, e il suo stile ricorda una villa rinascimentale… La cultura dell’Ottocento inglese, da cui tramite Becwith pervennero molti progetti gratuiti per i templi valdesi dell’epoca, si ispirava a modelli architettonici antichi (gotico, romanico, moresco o appunto rinascimentale).

I mutamenti successivi furono opera di personaggi locali: il capomastro pinerolese Gastaldi (per il progetto con i due campanili), gli architetti torinesi Coisson e Gabetti. Non mancarono le dispute interne al mondo valdese, con scambi di lettere in cui non si capisce quale sia il progetto architettonico effettivamente sostenuto; e soprattutto con il ritiro sdegnato di Beckwith, che vedeva male l’intervento di Gastaldi sull’originario progetto di Bonomi e che cessò di occuparsi direttamente del tempio di Pinerolo. Il che significava una cosa molto importante: che la Tavola valdese dell’epoca dovette cercare i soldi altrove, in Svizzera e negli Stati Uniti. Beckwith deteneva infatti i “rubinetti” dei finanziamenti inglesi.

Bounous e Lecchi citano naturalmente anche le pressioni cattoliche sulle autorità torinesi. Ma non riproducono alcun preciso documento in merito, a differenza di quanto avviene per il tempio di Perrero[3], e la loro ricostruzione dimostra che, anche in campo valdese, le idee sul tempio di Pinerolo non erano chiarissime. Sottolineano però che un punto rimase invariato in tutti i vari progetti: l’edificio doveva ospitare insieme il tempio vero e proprio, la scuola e altre parti, tra cui l’alloggio del pastore. Insomma, indipendentemente dalle reazioni del mondo cattolico, il tempio di Pinerolo era per i valdesi (o per i loro protettori inglesi), qualche cosa di speciale. Pinerolo era stata, nei secoli passati, un luogo di persecuzione per i valdesi. Negli anni ’50 dell’Ottocento, il viandante proveniente dalla val Pellice, via Bricherasio e S. Secondo, o dalle valli Chisone e Germanasca, via Abbadia, avrebbe visto per prima cosa, in mezzo ai prati, proprio il tempio: una specie di “ingresso valdese” alla città. Non esistevano allora edifici importanti, come le caserme e gli ospedali di oggi. Il tempio sorgeva in uno spazio tradizionalmente dedicato a mercato e anche alle esecuzioni capitali, che avvenivano anticamente dove ora è il Veloce club.

La fronte del tempio era (ed è) rivolta verso la città alta. Verso il nuovo centro cittadino la vista era sbarrata dal retro della imponente caserma di Vauban, demolita solo nel 1960[4], ma la distanza era minima. Il fatto che l’ingresso principale, rivolto verso la città, introducesse direttamente alla scuola (mentre la sala di culto era al primo piano e vi si accedeva dall’ingresso secondario) era forse imposto, ma certo rappresentava il “servizio” che i valdesi intendevano offrire a Pinerolo.Quindi, libero restando il giudizio estetico, il “castello” che i valdesi avevano costruito a  Pinerolo offriva due opportunità: era visibile da lontano ed era aperto sulla città. Era insomma, per usare il linguaggio dei nostri giorni, un centro polivalente. La scuola, il servizio aperto al pubblico, era più importante del culto per i membri di chiesa; una formula che si ritrova in molti altri centri dell’evangelizzazione in Italia, dei valdesi o di altre chiese evangeliche. Del resto, alla comunità di Pinerolo facevano capo ben tre scuole: oltre a quella del tempio, vi erano quelle di San Secondo e della Gioietta. Esse dipendevano tutte dal Comitato per l’evangelizzazione. Dopo che la chiesa di Pinerolo, nel 1886, si distaccò dal Comitato per diventare autonoma, le furono affidate le scuole. Ma era ormai in corso il passaggio allo stato delle scuole elementari, che si completò nel 1911 (legge Cedraro). Sopravvisse nel pianterreno del tempio di Pinerolo un asilo infantile, sino al 1919[5]. Il trasferimento del locale di culto dal primo piano al pianterreno, con il radicale restauro del 1925-26, avviene quindi quando ormai la funzione scolastica si è esaurita da qualche anno.

La mole stessa del tempio, entro cui trovano spazio  tutti i servizi necessari, impedisce che si formi un “quartiere valdese” attorno ad esso, come a Torre Pellice o altrove. Tuttavia nei pressi si  trovano alcuni monumenti legati ai valdesi. Nel parco antistante fu inaugurato nel 1909 il monumento a De Amicis, cantore di Pinerolo ma anche della storia valdese in Alle porte d’Italia. Circa cento anni dopo, nel 2008, vi è stato collocato il monumento dello scultore Brandstötter, ispirato all’origine dal massacro dei valdesi nella città austriaca di Steyr. E va anche ricordato che la vicina caserma di Vauban, negli ultimi anni prima della demolizione del 1960, fu intitolata ad un membro della chiesa valdese di Pinerolo, la medaglia d’oro Adolfo Serafino. 

 

Il  rapporto con la politica, locale e nazionale 

 

La nascita della comunità valdese pinerolese, e la costruzione del tempio, si svolsero in piena sintonia con l’amministrazione comunale, che rimase dal 1848 alla prima guerra mondiale di stampo liberale, nelle diverse correnti che si alternarono anche nella politica nazionale. Alla posa della prima pietra del tempio nel 1855 erano presenti i rappresentanti del municipio. Ciò causò una violenta polemica del giornale cattolico torinese L’armonia della religione con la civiltà. Esso in un articolo del 15 dicembre 1855, intitolato Il tempio barbetto a Pinerolo, annunziava con dolore “l’atto anticattolico del municipio di una città cattolica” e concludeva: “questo significa vero ateismo, perché chi professa tutte le religioni non ne professa alcuna” e attribuiva la colpa di questo fatto al conte di Cavour, su cui invocava la maledizione divina. Lasciamo al lettore di tracciare i paralleli tra questa posizione e quelle tuttora formulate a proposito di laicità “rettamente intesa”…

La differenza tra oggi e il 1855 sta nella risposta della politica, che a quei tempi era vigile nel difendere la laicità. Il giornale liberale pinerolese La specola delle Alpi rispondeva il 19 dicembre con un lungo articolo, in cui si diceva, tra l’altro: 

“Ma qual è la colpa del nostro sindaco e vice sindaco? Quella di aver compiuto il loro dovere… Ma voi non volete saper di leggi, né di ragioni. Al di sopra di ogni legge e ragione sta il vostro brutale fanatismo, la vostra stupida intolleranza, e per voi basta che un municipio cattolico, arcicattolico, assista alla fondazione di un tempio protestante perché i suoi componenti sian dichiarati scomunicati, con un passaporto netto per l’inferno!”

Quasi contemporaneamente a questi fatti, veniva creato nel cimitero comunale di Pinerolo un reparto per gli “acattolici”, altra iniziativa che intendeva marcare la piena cittadinanza da parte dei valdesi. Vedremo tra poco che lo stesso fine portò successivamente ad un provvedimento apparentemente opposto. Ma è anche da sottolineare che nello stesso periodo la chiesa di Pinerolo, pur non avendo all’epoca un pastore stabile, era autorizzata dall’autorità statale a tenere i registri di stato civile per i valdesi[6], come si faceva per le parrocchie delle valli (questa funzione passò allo Stato nel 1865). Si può quindi comprendere che, all’inaugurazione del tempio nel 1860, si siano registrati nel banchetto numerosi brindisi al re, a Cavour e a Garibaldi (era in corso in quel periodo la spedizione dei Mille, che avrebbe poi fornito alla chiesa di Pinerolo… un indirizzo: via dei Mille, appunto)!

 

Ho accennato al cimitero: nel 1874 esso fu ampliato e contestualmente venne soppressa ogni distinzione tra cattolici e acattolici. E’ evidente che non era mutato lo spirito: si intendeva sottolineare la piena uguaglianza tra i cittadini di ogni religione, anche defunti. E al vescovo Vassarotti, che aveva ripreso la polemica antivaldese, fu vietato di benedire il nuovo cimitero, proprio perché non era più esclusivamente cattolico.

È anche da ricordare che le scuole valdesi, di cui si è parlato, erano sovvenzionate con contributi comunali (così come le altre scuole religiose), anche se il Comitato per l’evangelizzazione e la comunità ne lamentavano l’insufficienza. Sono solo alcuni esempi della politica decisamente laica dell’amministrazione comunale pinerolese, in linea con la posizione a livello nazionale.

Anche fuori Pinerolo, le autorità civili fanno buona guardia per il rispetto della libertà religiosa. Negli anni ’70 da Pinerolo inizia l’evangelizzazione a Coazze (che porterà nel 1876 alla costituzione di quella chiesa valdese)[7] e ad Orbassano. In questa località il sindaco si oppone violentemente all’attività dei valdesi; ma viene ufficialmente rimproverato dal prefetto di Torino che gli spiega come il compito delle amministrazioni locali sia di favorire la libertà, non di reprimerla!

Successivamente il rapporto muta: durante il fascismo e nei primi decenni della Repubblica: la politica, ed in particolare l’amministrazione pinerolese non agevolano le attività dei valdesi e questi a loro volta tendono a chiudersi al loro interno. Per questo spicca la notizia del 1990 di un accordo tra il comune e la chiesa valdese di Pinerolo per lo svolgimento di concerti nel tempio. Casi di collaborazione c’erano stati anche prima. Ma a quell’epoca ferveva il dibattito sull’otto per mille e sui rapporti finanziari tra chiese e istituzioni pubbliche. Sembrò quindi opportuno alla chiesa di Pinerolo di sottolineare l’aspetto bilaterale del rapporto, mettendo a disposizione il locale. Questo piccolo episodio segnava il ristabilimento di una relazione “ufficiale” con il comune. Era anche il periodo in cui l’ecumenismo a Pinerolo trovava il suo vero inizio. I valdesi cessavano di “vergognarsi” di trattare con l’amministrazione e di ottenerne magari qualche aiuto. Il comune di Pinerolo cessava di “vergognarsi” nei confronti dei cattolici di qualche apertura ai valdesi: cosa che non aveva mai fatto nell’Ottocento, ma spesso durante il Novecento.

Si è sin qui parlato dell’amministrazione pinerolese. Qual era invece la posizione dei valdesi di Pinerolo rispetto alla politica nazionale? Potrebbe sembrare che la comunità collocata nel capoluogo abbia sempre avuto un ruolo decisivo nell’atteggiamento politico dei valdesi in generale. Ma non è mai stato così, o almeno non lo è stato sino agli anni più recenti. Nel periodo che va dal 1848 alla fine della prima guerra mondiale, influì il sistema elettorale.

In occasione delle prime elezioni  del 1848 furono costituiti i collegi elettorali uninominali, destinati a durare – con qualche cambiamento - sino al 1919, quando fu introdotta la proporzionale. Il criterio seguito nel 1848 per le regioni montane del Piemonte e della Savoia fu quello di strutturare i collegi “per valle”, facendo capoluogo del collegio il centro di fondovalle. Così l’unità storica e culturale delle tre Valli valdesi (Pellice, Chisone e Germanasca) fu spezzata: la val Pellice faceva parte del collegio di Bricherasio, la val Germanasca del collegio di Perosa Argentina, la bassa val Chisone del collegio di Pinerolo. Non sembra che questa scelta sia stata fatta in funzione antivaldese, perché essa è coerente con il disegno delle circoscrizioni elettorali nelle altre valli alpine; ma certo l’effetto fu quello di “annacquare” la presenza valdese, che sarebbe stata maggioritaria in un collegio che coincidesse con l’area omogenea da secoli indicata come “le tre valli di Pinarolio”.

Non esiste così un collegio delle Valli valdesi, in cui i valdesi abbiano la  maggioranza assoluta. L’influenza valdese si esercita maggiormente nel collegio di Bricherasio, sia per ragioni numeriche (la val Pellice è la più popolosa delle valli e dato il disegno del collegio è percentualmente più forte la presenza valdese), sia per ragioni socioeconomiche. In val Pellice esiste una forte borghesia valdese, che raggiunge gli alti limiti di reddito richiesti dal sistema censitario allora  in vigore per esercitare il diritto di voto. Nelle altre valli, la popolazione valdese è per lo più formata da  poveri agricoltori e minatori; prevalentemente di agricoltori è composta a lungo anche la chiesa di Pinerolo, con San Secondo. Pochi valdesi sono quindi elettori, fuori dalla val Pellice.

È quindi nel collegio di Bricherasio che registriamo una serie di deputati  che possiamo definire rappresentanti valdesi (Giuseppe Malan 1849-1860, Giulio Peyrot 1886-1896,  Enrico Soulier 1896-1913) o comunque loro “amici” (Melegari, Geymet, Giretti)[8]. La presenza valdese nel collegio di Pinerolo è assolutamente marginale e quindi anche difficilmente identificabile nei suoi orientamenti. Si può affermare che i valdesi di Pinerolo seguissero in generale la linea manifestata dai deputati di Bricherasio: cavouriano di ferro Malan, conservatore Peyrot, giolittiano Soulier. Ma a Pinerolo va registrata l’influenza di due personaggi, i due Pittavino, padre e figlio: il primo fondatore del giornale La Lanterna, il secondo storico della città e suo sindaco dal novembre 1946 al giugno 1951. Il padre si collocava nella sinistra liberale. La tipografia Arnaldo Pittavino stampò le opere di Gobetti. Il figlio, che veniva dalla stessa matrice nel dopoguerra fu eletto sindaco per il PSI e più tardi aderì al partito socialdemocratico[9], lo stesso per cui furono candidati nelle elezioni politiche del 1948 a Pinerolo l’ex azionista Mario Alberto Rollier alla Camera e l’ex socialista ateo e massimalista Matteo Gay al Senato. Entrambi riscossero un buon successo elettorale tra i valdesi, ma non furono eletti in quelle elezioni fortemente polarizzate.

Tra l’esperienza liberale e quella del dopoguerra ci fu però il fascismo. I valdesi pinerolesi fecero il necessario durante il regime, meno però del richiesto. Nel 1935 alcuni esponenti fascisti “scalmanati” reclamavano culti speciali e cerimonie propiziatrici per la guerra d’Etiopia. In una circolare riservatissima della chiesa, scritta dal pastore Marauda, si diceva: 

“Non ci curiamo di loro… Ricordiamoci che la Chiesa deve predicare il solo Evangelo… Quanto alla raccolta dell’oro e delle fedi matrimoniali, agire come individui, mai dare una veste confessionale ai propri atti politici”[10]

 

Per ovvi motivi, non esistono molti altri documenti di opposizione durante il fascismo. E nella seconda guerra mondiale, i valdesi di Pinerolo compiono, come gli altri, il loro faticoso dovere. Ma c’è un particolare che mi pare assai significativo di ciò che sta maturando. Nella relazione del 1940-41 si parla dell’adempimento fedele del loro dovere da parte dei nostri bravi soldati e si citano in particolare due decorati al valor militare: Ettore Serafino e Attilio Bosio. Pochi anni dopo proprio questi due membri della chiesa di Pinerolo saranno esponenti di spicco della Resistenza, ambedue unendosi alle formazioni partigiane con enormi difficoltà. Forse le due vicende personali possono essere considerate uno specchio della posizione della loro comunità.

Nella Repubblica italiana scomparvero i vecchi collegi elettorali “di valle” (rimasti in parte, modificati, per le elezioni provinciali) e il centro della vita politica locale diventò, sempre di più, Pinerolo. Ma la vecchia vocazione “valligiana” dei valdesi rimase. Si può dire che per un lungo periodo (tra gli anni ’50 e gli anni ’80) i valdesi di Pinerolo si divisero tra due poli: una “destra” (ma uso queste definizioni solo per esemplificare) più rivolta verso la val Pellice, con il Collegio, le opere sociali, la loggia massonica, il settimanale liberale Il Pellice (uscito sino agli anni ’80), per un certo periodo il movimento Testimonianza evangelica valdese (TEV); e una “sinistra” che guardava piuttosto alla val Chisone, con il grande laboratorio operaio e sindacale della RIV di Villar Perosa (dove tra l’altro nacque gran parte della sinistra democristiana, non solo pinerolese), le fabbriche di Perosa e le miniere della val Germanasca; e in fondo alla valle, tra le montagne, il grande riferimento di Agape. E’ da notare che all’inizio del Novecento, una analoga funzione di riferimento politico-sindacale l’aveva invece avuta la val Pellice, con il liberalismo di sinistra di Soulier e Giretti, il sindacalismo rivoluzionario di Matteo Gay, l’occupazione di Pralafera.

Gli anni più recenti segnano invece un fatto nuovo; i valdesi di Pinerolo sono per la prima volta protagonisti della vita politica (almeno a sinistra). Due membri della chiesa di Pinerolo sono eletti deputati: Giorgio Gardiol nel 1996 e Paolo Ferrero nel 2006. Quest’ultimo è anche ministro e, dopo il 2008, segretario nazionale di un partito (Rifondazione comunista). I mutati sistemi elettorali hanno annacquato il riferimento territoriale: Gardiol è stato eletto in un collegio piemontese diverso da Pinerolo, Ferrero con la lista bloccata. Ma certo, dopo aver constatato che per lungo tempo il centro dei rapporti tra valdesi e politica è stato altrove, l’appartenenza di entrambi alla chiesa di Pinerolo sembra indice di un sensibile mutamento.       

[1 - continua] 

 

Note:

[1]  Cit. in D. AIGOTTI,  Maestro di ecumenismo. Mons. Pietro Giachetti Vescovo di Pinerolo (1976-1998), , Cumiana, Fraternità Monastica di Montecroce. s.d. (ma 1998), p. 4.

[2] R. BOUNOUS-M. LECCHI, I templi delle Valli Valdesi. Torino, Claudiana 1988. La sezione dedicata al tempio di Pinerolo (p. 179 ss.) è riprodotta  nell’opuscolo Il tempio valdese di Pinerolo, realizzato in occasione del restauro del 2000.

[3] Per la vicenda del tempio di Perrero, di pochi anni successivo a quello di Pinerolo, v. R. BOUNOUS-M. LECCHI, op. cit., p. 242 ss., in cui sono puntualmente citati una serie di documenti, di parte valdese, cattolica e dell’amministrazione pubblica, che alla fine autorizza la costruzione di un tempio, ma con precise restrizioni architettoniche. Del resto, vicende simili avvennero nell’Ottocento e Novecento in tutta Italia. Addirittura prima dell’unità d’Italia, il Granducato di Toscana aveva imposto che il tempio presbiteriano (britannico) di Livorno nel 1849, ora valdese, non assomigliasse troppo ad una chiesa!.

[4] M. DRAGO-M. FENOGLIO, Pinerolo. Le vie raccontano. Da Piazza Cavour a Piazza Vittorio Veneto, Pinerolo, Alzani 2003, pp. 13 e 46.

[5] Sulle vicende delle scuole valdesi a Pinerolo e dintorni rinvio alla descrizione contenuta in G. LONG. Aspetti della vita della Chiesa di Pinerolo in cento anni, stampato nel 1986 dalla chiesa stessa in occasione del centenario della sua costituzione, nel volume Chiesa evangelica valdese di Pinerolo 1886-1986  , p. 88 ss.

[6] A. ARMAND HUGON, La chiesa di Pinerolo e i suoi pastori, Torino, Claudiana 1961, p. 39. A questa opera rinviamo per tutto il periodo in questione. La sezione relativa alla polemica sulla cerimonia del 1855 è riprodotta anche nell’opuscolo Il tempio valdese di Pinerolo, realizzato in occasione del restauro del 2000.

[7] C. MILANESCHI, Una storia «a suo modo». La Chiesa valdese di Coazze , Cosenza, Progetto 2000, 2003.

[8] Rinvio a G. LONG, (cur.), Evangelici in Parlamento  (1850-1982), Roma,  Camera dei deputati 1999, e in particolare al quadro di p. 569

[9] Vedi per entrambi i Pittavino le considerazioni di V.  MORERO, Pinerolo, a memoria, Pinerolo, Editrice Esperienze 2001, in particolare p. 23 e 28.

[10] A. ARMAND HUGON, op.cit., p. 66.